Cultura, cinema e arte

Il ritorno a casa, di Harold Pinter . Una recensione di Laura Cavaliere


Il ritorno a casa, di Harold Pinter . Una recensione di Laura Cavaliere

Il ritorno a casa, di Harold Pinter (drammaturgo inglese, Premio Nobel per la Letteratura, 2005). Regia di Massimo Popolizio. Teatro Argentina, Roma.

 

L’intera opera si svolge in una stanza che può rievocare lo stile vittoriano: parati a fiori di color rosso scuro, una statua démodé primi novecento che sostiene una lampada, un vecchio ritratto della regina Elisabetta II. Pochi mobili, anni 60 e tanto disordine e incuria.  Si intravede, insieme alle scale in legno che portano ad un piano sovrastante con le camere da letto, l’accesso ad una cucina.

I primi a riempiere la scena sono personaggi maschili. Un vecchio padre (Max), manesco e con accessi d’ira, intercalati da passeggeri ricordi melanconici; un figlio ribelle e nullafacente (Lenny), un altro figlio, giovane sportivo animato dal sogno di diventare un famoso boxer (Joey); uno zio (Sam), apparentemente il più curato di tutti nel suo aspetto fisico e nei suoi modi, ma patetico nel vivere di ricordi nel suo ruolo di “miglior autista di Londra”.

Tutti lamentano fame, ma non c’è nessuno che cucini. Della cucina si intravede solo il suo accesso, pur essendo continuamente nominata. Come a sottolineare antichi bisogni primari insoddisfatti e si assista allo stato di inquietudine e di agitazione nell’esigenza e nel desiderio di risolverli. C’è un andirivieni dalle stanze da letto, ma anch’esse non entrano mai in scena con i loro interni: non c’è accesso ad una dimensione di intimità, al sonno, al sogno, all’ inconscio. È tutto un agire.

C’è un continuo alternarsi di rimproveri e pretese reciproche fra padre e figli; ci sono maldestri tentativi da parte del vecchio ed instabile padre, di riportare ordine e rispetto, anche attraverso accenni di un agire violento e abusante, come echi di una modalità di padre/padrone di un tempo, ma che ora sfocia per lo più in diversivi e svalutanti ritmi di musica leggera.

Sembra che tutto si ripeta, senza possibilità di evoluzione alcuna. Emerge qua e là il ricordo idealizzato di una mamma, ormai defunta, capace di amare e accudire. Lampo di luce fugace in tanto squallore. 

La scena cambia con l’arrivo del terzo figlio (Teddy), in compagnia della sua giovane moglie (Ruth). Arrivano di notte, come in un sogno. Lei è bella e misteriosa. Lui è un affermato professore di filosofia, stabilitosi negli Stati Uniti, dove ha costruito la sua carriera e la sua famiglia.

Inizialmente la bella moglie, viene accolta dal padre come una sgualdrina, come un essere estraneo, inquietante, da allontanare. Sembra che non ci possa essere spazio per il femminile, che non possa esservi la sua integrazione con il maschile (in termini Winnicottiani, 1966, mancata integrazione fra Essere ed Avere).

A poco a poco l’intero nucleo prova ad accedere a modalità di relazione più concilianti. I toni diventano forzatamente familiari e si assiste ad un debole e patetico celebrare i vecchi tempi di una vita in famiglia felice, idealizzata, quando la mamma dei tre ragazzi era ancora in vita. 

Ma dopo un po’ si ha un ribaltamento della scena.

Improvvisamente la moglie, la giovane Ruth, svela la sua precedente attività, quella di prostituta e il tutto cambia sia nel ritmo che nei colori.

Lo fa portando in scena le sue prestazioni erotiche: esplode la pulsione, che porta scompiglio in quell’assetto di una realtà così fragile e scarsamente integrata, che fino a quel momento ha tentato, con scarsa convinzione, di trovare una soluzione nella illusione di una famiglia un tempo forte e felice.

La fragile unione matrimoniale fra Ruth e Teddy va a rotoli e la giovane donna ingaggia rapporti erotici con gli altri due fratelli. Ma non c’è realizzazione di desiderio né tantomeno di amore. Lei è definita dai due ragazzi e dal padre una “stuzzicacazzi”.  Una pulsione senza oggetto, che porta solo eccitazione e scompiglio.

Pulsione che mette in luce realtà fittizie, come la famiglia costruita in America dal giovane filosofo o la famiglia del vecchio Max e sua moglie.

La famiglia idealizzata non è mai esistita: in quel nuovo assetto si scopre che anche la mamma dei tre giovani si prostituiva e anche il grande amore del filosofo per la giovane donna è poca cosa. Teddy infatti vi rinuncia senza esitazioni.

Lascia che Ruth accetti di rimanere a Londra e che riprenda il suo antico mestiere, lasciando che la sua famiglia, il padre e i suoi fratelli, coltivino l’illusione di poterla governare e manovrare, sfruttandola. Teddy se ne ritorna in America con scarsi rimpianti, alla sua realtà fatta di investimenti intellettuali ma privi di affetto.

Alla fine sarà lei, la giovane Ruth, a manovrare tutti loro. È la sua carica pulsionale che domina, anche se in assenza di legame oggettuale, un puro investimento narcisistico, celebrato in una eccitante lap-dance che occupa l’intera scena finale.

Sempre al finire dell’opera c’è un accenno ad un desiderio espresso dalla giovane donna, quello di avere un appartamento tutto suo, l’appartamento dovrà però possedere tre stanze.

C’è forse l’accenno e la speranza, facendo riferimento al numero tre, di una dimensione dove ci sia il riconoscimento dell’altro, come un qualcosa di diverso da Sé, con il quale potersi relazionare e poter amare?

 

 



Partners & Collaborazioni